#2 – Io guardo avanti… ho fatto la mia scelta!

Un cazzotto in faccia ti abbatte o ti fortifica. Non ci sono alternative. Abbiamo vissuto una settimana sull’ottovolante di emozioni che non provavamo da tempo. Chi di noi, dopo quel famoso Brescia-Trapani che ci condannò al ritorno in serie C, si sarebbe atteso che in un lasso di tempo così breve saremmo tornati a giocare una partita importante come Juve Stabia-Trapani? Ragazzi, guardiamoci in faccia: è andata male a Castellammare, tutti quanti abbiamo sofferto, imprecato e faticato a digerire un pomeriggio che nei nostri sogni avrebbe dovuto avere ben altro epilogo. Ma stare qui ancora a guadarci indietro sarebbe autolesionistico.

Io guardo avanti e continuo a fidarmi (ci mancherebbe) di chi c’è. Di chi qui mi ha portato. Davanti a questo foglio bianco di “word” e a questa tastiera, che reclamano parole e emozioni. Che chiedono l’espressione di sensazioni positive.

Abbiamo tanto a cui aggrapparci, senza piangerci addosso per l’occasione perduta. E senza infliggerci il ritornello del “tanto fuori casa siamo sempre gli stessi”.

Ho fatto la mia scelta: io mi affido a Vincenzo Italiano. In virtù di una fiducia assoluta nell’uomo, prima ancora che nell’allenatore. Uno con la schiena dritta, che incarna il significato stesso dell’essere siciliano, isolano, cocciuto. Che conosce la sofferenza dell’essere andato via da casa sin da piccolo. Che sa cosa significhi avere rinunciato subito all’odore degli agrumeti di Ribera. E quest’odore se l’è portato dentro nel profondo Nord. Quel tipo di Nord dove appena ti sentono l’accento “alla Montalbano” si danno di gomito e fanno risolini alle tue spalle. Quel Nord in cui tutto è più difficile e fai fatica ad orientarti in tanto ordine, pulizia, pacatezza. Se uno di noi, uno del profondo Sud, uno che non sa, né può, spiegare cosa significhi abbandonare il mare e quel profumo di arance, è diventato capitano dell’Hellas Verona, allora non c’è bisogno di fare tante storie.

E’ vero. Non ha esperienza pluriennale sulla panchina, né mai aveva avuto a che fare con il calcio professionistico. Ma in certi casi, nei casi come questo, in cui lo spessore morale della persona conta più di ogni altra cosa, è una manna che lui sia il nostro condottiero. “Italiano portaci lontano”, gli gridava la curva già dopo poche giornate. E lui ci ha accontentati.

Ci ha portati così lontano, che la nostra nuotata adesso è in mare aperto. Domenica scorsa, ci siamo girati per la prima volta verso la riva, e abbiamo visto gli ombrelloni piccoli piccoli. Le persone ci sembravano alte un paio di centimetri e la musica che suonava dai lidi non sin sentiva più. Sì, forse abbiamo avuto per la prima volta paura. Paura di non farcela a tornare in spiaggia da primi della classe. Abbiamo alzato la testa dall’acqua e ci siamo accorti di avere il fiatone. Calma, ragazzi. Riprendere a nuotare si può. E si deve.

Per farlo, scelgo di mettermi dietro di lui. Vero, forse è la prima volta che partecipa (da allenatore) ad una gara così lunga e difficile. Ma ha cuore e polmoni. E cervello. Ha le qualità che cercavamo, quelle di un leader che parla con i fatti, che ha un solo mantra: il lavoro. E poi, che parla con i giocatori, che dice loro di giocare “con la testa libera”, che li convince ad uscire la parte migliore di sé in funzione della squadra.

Nel nostro passato, abbiamo già avuto un allenatore, siciliano anche lui, capace di svoltare come un calzino la mentalità di ognuno di noi. Che ci ha fatto vedere come la mentalità vincente si possa costruire. Che ci ha ricordato come anche in quest’estremo lembo d’Italia che amiamo, si possa forgiare qualcosa che vada oltre l’immaginazione. Che ha trasformato un gruppo di ragazzi siciliani in una banda di corsari che non aveva paura di niente. E se doveva perdere una partita, la perdeva sempre essendo se stessa. Roberto Boscaglia. Da Gela.

Vincenzo Italiano. Da Ribera. Inutile tirare per la giacca i nostri pensieri e cercare a tutti i costi le similitudini. Ma come non ricordare l’ossessività dei movimenti di quel 4-4-2? Come non ricordarci che quel Trapani costruì le proprie fortune sulla disciplina del singolo messa a servizio della squadra?

Nell’affastellarsi dei ricordi del Trapani degli ultimi anni, mi viene in mente la prima partita che giocammo, dopo anni, senza Roberto Boscaglia in panchina. Trapani-Ternana. L’ansia era tanta. E tanta era anche la paura di perdere la serie B. Un viaggio lunghissimo verso lo stadio, tutto a piedi, in cui i pensieri si mescolavano, cercando di convincermi che il Trapani è il Trapani. E che nessuno, neanche lui (che mi aveva portato in serie B e a San Siro contro l’Inter) avrebbe potuto mai essere indispensabile alla causa delle maglie granata. Eravamo fuori ruolo, ormai: lui ed io. Lui non era più l’allenatore ed io non ero più giornalista. Così, mentre ero in via Fardella, il gesto fu spontaneo. Cellulare in mano e chat su quel nome:”Roberto Boscaglia”. “Come stai, Roberto?”. “Male. Stanotte ho sognato di essere arrivato in ritardo alla partita, che arrivavo allo stadio e mi dicevano: non sei più l’allenatore del Trapani”.  Schizzi di umanità, lontani anni luce dalle conferenze stampa e dalle dichiarazioni post partita. Una sola volta ho chiesto a Boscaglia la formazione nel pregara. Risposta secca: “Sai che ti voglio bene, ma prima la dico ai giocatori. E siccome ai miei ragazzi la dico a mezzogiorno, prima della gara, loro sono più importanti di te”. Messaggio chiaro e limpido. Non gliel’ho mai più chiesta e naturalmente l’ho sbagliata in tutti i santi weekend.

Quel Trapani-Ternana, per chi non lo ricordi, finì 4-2. Con gol del 3-2 di Giovannino Abate, che non esultò per far capire che lui non era d’accordo con l’esonero di Boscaglia. Avevamo per la prima volta Serse Cosmi in panchina: uno che aveva finanche fatto la Champions con l’Udinese. Eppure, non mi sentivo sicuro. Poi, sappiamo tutti com’è andata.

Torniamo al Trapani di oggi. Questo Trapani mi dà le sensazioni di quel Trapani. Questo Trapani mi dà sicurezze. Certo, possiamo discutere mille volte su come avremmo potuto giocarci la partita a Castellammare di Stabia, su come avremmo potuto gestire le altre trasferte. Su come avremmo potuto interprtare mille altre partite. Ma sapete che vi dico? Non m’importa granché.

Se sono davanti a questo foglio (non più bianco) di word e questa tastiera, e ancora mi scopro in grado di coltivare la parte migliore delle mie emozioni, è perché il nostro condottiero è Vincenzo Italiano. Io non dimentico da dove è partito. L’odore delle arance di Ribera è lontanissimo, ma Trapani-Campodarsego, con un nugolo di giovanissimi in campo, non è stata giocata in una notte d’estate così lontana.

E se penso al lavoro che ha svolto, a come si è dovuto inventare una difesa completamente nuova, a come non si è mai lamentato per gli assenti; a come non sia mai andato sotto la curva dopo la vittoria, lasciando il palcoscenico ai suoi ragazzi (e non è un caso che ci sia andato domenica scorsa, mettendo la faccia davanti a quella meravigliosa macchia granata nel giorno più doloroso). Se penso a tutto questo: io sto con lui. Con Vincenzo Italiano. E di lui mi fido.  Il cazzotto ci fortificherà.

Fabio Tartamella

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